sabato 11 maggio 2013

Dormi Amore.


Apertamente, ammetto che ho perso le vele e il diario di bordo.

Ridi Roma, ridi amore, dice il telegiornale, che la fine si avvicina, io mi invento un gran finale.


Dormi amore, perchè stasera non avrei niente di buono da raccontarti. La gente ha cominciato a morire di fame, la violenza ha fatto scalo e si sta avvicinando, i gay non sono veri uomini, le donne dovrebbero mettersi i jeans per non essere stuprate, un uomo non è nulla senza il suo lavoro.Fare un discorso di generazioni, a questo punto, non ha più senso. Non è più interessante, non è più nemmeno utile stabilire che la nostra è stata sconfitta, che quella dei nostri genitori ci ha restituito un mondo, un Paese, dilaniati, smembrati, rapinati, oltraggiati e tutti gli aggettivi negativi in "-ati" che mi vengono in mente.

Ciascuno cerca una scappatoia per come può, per come è capace, per come sa.

Ma tu te la ricordi la vita agra ai tempi del Bianciardi?
Voglio dire, il mito del benessere per tutti per come ce lo immaginiamo e per come ci ostiniamo ad inseguirlo, forse non c'è. Non esiste. Siamo figli di un potere operaio che ha reso grande questo Paese da dentro le fabbriche.
La borghesia di cui credevamo di far parte è stata solo una working class un po' ripulita e neanche troppo raffinata, abituata com'è ad ostentare le Hogan, il tablet, ad urlare al telefono al ristorante e a lasciare la suoneria accesa a messa. Siamo diventati un pochino più acculturati ma abbiamo deciso di dimenticare il congiuntivo, perché tanto non ci serve. Abbiamo conquistato un gusto estetico un po' più sviluppato, questo sì, adesso dal dentista riusciamo a non farci più mettere i denti d'oro e a casa, quando prepariamo da mangiare, chiudiamo la porta della cucina così i nostri giubbotti non puzzano di fritto.

Ma alla fine, restiamo sempre legati a quell'immaginario un po' ingenuo, un po' candido, un po' infelice della canzone "L'italiano", di Toto Cutugno.

Dormi amore, perché invidio la stabilità economica dei preti. Che non hanno preoccupazioni di affitto, di spese e di bollette, e il loro unico interesse dovrebbe essere quello di pregare.

Dormi amore, perché è inutile che stiamo svegli in due.
Vorrei dirti che faccio le valigie perché domani parto per il Cile, mi butto su un aereo e provo anche questa cosa di andare in un paese emergente, ché sembra che il modello di profitto occidentale sia esaurito e che da qualche parte ci sia ancora la possibilità di recuperare qualcosa. Soldi. Speranza. Dignità.
Vorrei dirti che vado via ma tanto non è così, e mi ritroverai domani nell'inquietudine dell'ultimo colloquio, nel nostro caffè con i biscotti e le nostre abitudini, nella persiana che è rotta ma ci fa tenerezza perchè è casa nostra, nelle due macchine parcheggiate male perché non c'era posto o perché non avevamo voglia di fare di meglio, dopo una giornata intera di lavoro, a quell'ora della sera, dopo tutto il traffico. Che a pensarci un po' di più, abbiamo due macchine ma guadagniamo veramente troppo poco per potercele permettere.

Le società commerciali per cui lavoriamo vorrebbero farci ancora credere che la responsabilità dei mancati fatturati, in fin dei conti, resta soltanto nostra. E allora dormi, amore, perchè non ne voglio più sapere e non li voglio né smentire, né assencondare, né mi ci voglio più confrontare.
Hanno bisogno anche loro di farcela, di incrementare, superare la crisi, giustificare gli investimenti, ma io voglio restare della mia idea, inizio a non sentirmela più di essere "ESTREMAMENTE PERFORMANTE". Non a quest'ora delle notte, almeno. Cazzo.

Dormi amore, perchè domani ti chiederò aiuto nella preoccupazione che non riusciamo a pagare l'affitto, che dovevamo imbiancare, che volevamo un figlio, dovevamo prenotare le vacanze.

Dormi amore perché la nostra vita resta qui, insieme alle navi che si schiantano sul porto di Genova, a chi ha sparato nella piazza di Roma, al balcone di Napoli che è caduto addosso alle persone, al governo che mi spaventa perché ho paura che non ce la farà nemmeno stavolta. La nostra vita resta qui e non riusciamo ad andarcene.

Dormi amore. Domani mattina andiamo al lavoro insieme così usiamo una macchina sola e ascoltiamo la radio. Magari non facciamo la solita strada così non vediamo il negozio chiuso, che anche se è passato già un po' di tempo fa sempre tristezza ripensarci. Se mi ricordo prendo il disco così alziamo il volume. Poi domani sera andiamo a mangiare dagli altri e facciamo casino, e tutto sembra tornare a come dovrebbe essere.

Dormi, adesso, amore mio.
Ti amo infinitamente.



*le canzoni citate in apertura del testo sono "Ufficialmente dispersi" di Loredana Bertè e "Piangi Roma" dei Baustelle con Valeria Golino.

giovedì 27 dicembre 2012

Nuovo Kilometro

Verso la fine della seconda frontiera.

Intimoriti e tentatissimi di tornare indietro, lasciando la macchina abbandonata all'autoradio accesa sulla prima piazzola sotto la montagna.

Tergicristalli nevischio sciarpe vapore mentre si parla.

Guanti e guanti con le dita scoperte, si guida meglio e si può usare il touch screen del telefono ma tanto qui non prende.

Per un giorno una notte ore di buio lontani da internet, facebook non mi è mai mancato così tanto.

Verso la fine della seconda frontiera anche la prima ci sembrava non solo irraggiungibile, addirittura insuperabile. Insormontabile, era la parola giusta.

Tergicristalli nevischio sciarpe abbracci mentre si guida.

Appuntamento domani non c'è stanchezza che tenga, il progetto ci ha voluti dentro e il meccanismo ormai è avviato.

Tentatissimi di tornare indietro ma l'abbiamo voluto fino a un momento prima di partire.

Per il momento la macchina non l'abbandoniamo, facciamo almeno finire la canzone. Avanti per un nuovo kilometro.

martedì 26 giugno 2012

SOLO UN PO' DI PACE

Lasciandosi andare oltre il principio della notte aspettando il sonno con l'immaginazione che lancia il cuore oltre ogni ostacolo. Dimenticando sullo sfondo della giornata appena passata i cialtroni con le loro false promesse viziate dall'inconcludenza, i posti in cui ci si vive dentro in troppi, il momento storico che è sempre poco favorevole e anzi, mi sembra che favorevole non lo sia proprio più per niente. Dimenticarsi del rumore e lasciarsi andare al silenzio, perchè è anche di quello che abbiamo bisogno, del silenzio necessario per spegnere la luce e dire "Adesso basta. Adesso mi riposo anche io".

Vorrei solo un po' di pace. Per noi che stiamo qua, nella vita di tutti i giorni.

"Questo volevo dire. E adesso l'ho detto."

martedì 1 maggio 2012

COME FOSSE NORMALE

Non è cattivo, sono abbastanza d’accordo.

Lui è casinista, anche se vuole sembrare razionale, freddo e organizzato.
Lui è fragile, anche se vuole sembrare un duro.
Lui è tutte le cose che odia, compresa quella canzone che si sentiva dalla macchina che svoltava la curva, un pomeriggio come tanti, un giorno perso tra tante cose tutte uguali.

Conoscere Annalisa non è stato innamorarsi di lei, perché non di amore si è trattato. E’ stato il limite definitivo per capire e rendersi dolorosamente conto che lui non può fare il marito, non può fare il papà. Non se la sente. Gli fa paura. Perché allora ci sei arrivato, mi verrebbe da chiedergli, ma non è il momento. Forse dopo glielo chiederò. Dopo che si sarà un po’ dimenticato quanto brucia ed è amaro il sapore dell’umiliazione, di sua moglie che gli dice di andare via senza fare troppe storie, lei che ha cercato di limitarsi nella reazione dicendogli soltanto quelle due o tre cose, lei che ha cercato di non piangere urlare o ammazzarlo, in onore dell’amore del bambino che hanno avuto insieme. Non si tratta più solo di noi, ad un certo punto, un figlio è un preciso richiamo ad un senso di responsabilità più alto, che vola e sfiora il sacro, è un bambino, Dario, è solo un bambino e non sa che cosa sia la debolezza, cedere, sentire il profumo della conquista, dell’uomo che è materia irrazionale ed istinto animale, è solo un bambino nella casa che paghi con il mutuo, la lavastoviglie nuova, la cucina laccata, il nuovo quadro in corridoio, i tuoi suoceri al mare che cercano di coccolarvi, la pasta al pomodoro saltato, l’anguria, pranzare tutti insieme a Ferragosto, è solo un bambino che sorride in una foto con te che lo tieni in braccio e sorridi anche tu, è solo un bambino, dipendono da te i segni che lo faranno diventare un adolescente insicuro, un adulto inquieto con i suoi conflitti a fargli un’ingombrante compagnia.

Diventiamo padri ma siamo ancora bambini che hanno voglia di nuovi giocattoli, che si stancano del benessere conquistato e lo sentono già come un nuovo soffocamento e cercano nuova aria da respirare sentendosi ancora vivi perché lei dopo il parto aveva le smagliature, perché lei dopo il matrimonio era come data per scontata, perché lei, se ci pensi e guardi le altre, non è mai stata così carina, e tu avresti comunque potuto meritare di meglio.

Quante cose meschine che si pensano per cercare un alibi.
Voli internazionali, arrivi e partenze, disperate strazianti scene d’addio nei corridoi degli aeroporti, sulle banchine delle stazioni, in soggiorno con le tapparelle abbassate lei che grida tu che parli lei ti lancia i vestiti addosso, lei ti caccia, tu parli, tu pensi, tu vedi, tu vedi che è ora di andare, anche se cerchi di non lasciare il campo di battaglia e di non affondare perché se stasera te ne vai è proprio un guaio perché è vero, è successo per davvero qualcosa di grave, come lo diremo ai nostri genitori, cosa risponderemo ai prossimi amici che ci inviteranno a cena o ci chiederanno quando possono venire perché è stato il compleanno del bambino e non hanno potuto portagli nemmeno un regalino …

E’ che lui di fare il marito non se la sente più, non ce la fa. Di fare il papà forse sì, ma non vuole pensare più a niente, niente fallimento, niente dolore per sé e per gli altri, niente di un’esistenza che sta andando allo sprofondo e se ne porta dietro irrimediabilmente almeno altre due e solo per questo motivo se ne va ancora più giù. Niente da pensare di più di quello che vede dagli occhi chiusi. L’autoradio che è accesa e c’è quella stessa canzone di quella macchina che svoltava la curva un pomeriggio come tanti.
Parla di andare via senza fare troppe storie, senza fare rumore, ma lui quanto rumore dovrà fare sui vetri rotti di tutto questo prima di essere sparito in silenzio?

venerdì 27 aprile 2012

ABBRACCIAMI.


In tutto il tempo  che siamo stati lontani a volte te l’avrei chiesto. Quando riuscivo a mettere da parte l’orgoglio, quando provavo a cambiare prospettiva e a ragionare per assurdo da un altro punto di vista, il tuo. Quando ascoltavo le canzoni che raccontano di chi si è perso e ritrovato, di speranze, ipotesi, rabbia e futuro. Che parlano di amore, amore perfetto, amore che non c’è, amore che non è corrisposto, amore che è finito, amore che sta nascendo, amore che è diventato affetto, amore che una volta era amicizia.
La tristezza, la malinconia, il senso della distanza, il dispiacere della privazione. Ho pensato di chiamarti all’improvviso e rovesciare tutto, dire che non faceva niente, che a volte si litiga e a volte si fa pace, che la vita è così breve che passarla arrabbiati è un peccato. Avevo le parole migliori e le ho lasciate in custodia alle canzoni.

Abbracciami. Parlo troppo, devo sempre cercare il chiarimento di tutto, non mi accorgo che per sentirmi forte divento aggressivo, se ti devo chiedere scusa te la chiedo. Abbracciami, diamoci la conferma che abbiamo bisogno di volerci bene con tutte le imperfezioni. Abbracciami e restiamo così, fatti accarezzare la testa e lasciati dare un bacio sulla fronte. Come il figlio che ancora non sento di volere, come il padre che non ho mai sentito di voler essere, con l’amore che non ci ha fatti diventare una coppia e per il quale ormai non ha più importanza.

Ti avrei chiesto di abbracciarmi, l’altra sera nel parcheggio, quando eravamo imbarazzati e sembravamo solo distanti. Te l’avrei chiesto e avrei anche voluto dirti queste cose, ma per una volta ho deciso di stare in silenzio.



sabato 17 marzo 2012

BROMAZEPAM. Un posto dove andare (sesta ed ultima parte)

Emanuele è toscano, Davide è di Catania, Ferdinando abita a Milano, anche se è nato a Napoli. Rosa è mia amica da anni, è nata e vive a Napoli. Ci vediamo soprattutto quando siamo entrambi a Roma, ci sentiamo tutti i giorni. Fa la commessa in una libreria e la maschera al cinema. Emanuele è un rappresentante commerciale e sta sempre in giro in macchina, Davide vive alle spalle dell’impresa di famiglia; Ferdinando, da dopo la laurea, si occupa di marketing. Vengono da parti diverse d’Italia, ed io non so riprodurre fedelmente le varianti dialettali, quindi piuttosto che scimmiottarle e farlo male, ho riportato solo quelle di cui ero abbastanza sicuro. Per il resto, immaginali parlare come preferisci.  Sono ipocondriaci, frequentano un forum su internet in cui si analizzano le diagnosi e la sintomatologia della malattia del giorno e sono andati a Lucerna per un seminario chiamato “Tecniche innovative di autocontrollo. Sconfiggere gli episodi ansiosi legati alla fobia medica”. Alla fine, il seminario non c’è stato. Una fregatura; questo non lo sappiamo con certezza anche se lo possiamo facilmente supporre. Fino a quel momento, tutti e quattro si conoscevano virtualmente per via di qualche botta e risposta telematico, ma nessuno di loro si era mai incontrato di persona. Dopo un viaggio per alcuni decisamente faticoso (Rosa, ad esempio, è partita da Napoli in pullman e ci ha messo quindici ore. Paura dell’aereo e treni pieni), hanno deciso di dare un senso a tutti i loro spostamenti ed hanno passato il fine settimana insieme.

Fabiana è una ragazza di Roma, capace di essere molto simpatica quanto irrimediabilmente cafona. Lavora per una multinazionale dei detersivi ed era a Lucerna per un meeting aziendale del comparto Europa. Ha passato il fine settimana nello stesso albergo che i ragazzi hanno trovato all’ultimo momento. Le stanze erano tutte sullo stesso piano.

Prima di accettare di raccontare questa storia ci ho pensato un po’, visto che si sarebbe parlato di malattie e della paura di morire. Perché tutto questo spaventa un po’ anche me. A dire il vero, io penso che parlarne troppo porti pure un po’ sfiga. Tant’è.

giovedì 23 febbraio 2012

BROMAZEPAM. Un posto dove andare (quinta parte)

Scusa cara, una domanda. (Davide)

Dì. (Fabiana)

Ma tu, chi cazzo sei? (Davide)

‘Sto cafoooone! A ‘pocondriaco! A morti de culo! Fateve fa na grazia da quarche santo che s ‘nnate avanti così finite tutti sotto tera che manco ve n’accorgete! (Fabiana)

Senti, regina della rosticceria, dedicati gentilmente a rompere i coglioni a qualcun altro. (Davide)

Ma vaffanculo, va! (Fabiana)

Davide lasciala stare, non serve … che ore si sono fatte? (Ferdinando)

Sei meno un quarto. (Emanuele)

Certo che da fuori dobbiamo fare proprio un’impressione schifa, con tutti ‘sti discorsi … (Rosa)

Sopravviveremo. (Davide)

Senso. (Emanuele)

Cosa? (Ferdinando)

Abbiamo paura di non trovare in tempo un senso alle cose che facciamo. È per questo che abbiamo paura di morire. (Emanuele)

Mh. (Davide)

Abbiamo bisogno di trovare un senso per non pensare di aver perso il nostro tempo. (Emanuele)

Pure io a volte ci penso, a ‘sta cosa del senso … magari è vera … com’è vero che vorrei più leggerezza, certi giorni vorrei proprio essere scema. (Rosa)

Anche io. Non pensare, stare dentro alle cose che stai facendo e basta. (Ferdinando)

Forse invece ci serve un posto dove andare. La ricerca, lunga progettualità, quelle cose lì. (Davide)

Un obiettivo. (Rosa)

Un obiettivo. Qualche cosa più grande di noi, a cui dedicare tutti i nostri pensieri. Un’ambizione, ma dev’essere grandissima. Se è irrealizzabile, meglio ancora. (Davide)

Perché ci distrae. (Ferdinando)

Ci distrae, ci tiene impegnata la mente, è un modo per dedicare i nostri pensieri ad una finalità costruttiva.(Davide)

Se abbiamo paura di morire forse è anche perché abbiamo paura del dolore, della sofferenza. Il corpo che non è più lo stesso, cambia, si trasforma in peggio. (Emanuele)

Io credo che siamo anche ossessionati dal timore di perdere quello che abbiamo. Magari in modo inconsapevole, ma secondo me è anche questo. (Davide)

Siamo già così stanchi, abbiamo solo trent’anni. (Ferdinando)

Sì, è vero. Non sempre, però. Mi succede che certi giorni mi sento al posto giusto, mi sento sana. Invincibile. Come se stesse andando tutto bene, senza una piega, alla perfezione. Ragà, ma voi tornate a casa tutti stasera? (Rosa)

giovedì 19 gennaio 2012

BROMAZEPAM. Un posto dove andare (quarta parte)

A che minchia ci serve? (Davide)
 A esorcizzare ‘sta paura che abbiamo pure di nominarle. (Rosa)
Secondo me è una grandissima cazzata. (Davide)
Invece è da provare. Ema, tu che fai, ci provi con noi? (Ferdinando)
E senti, dai … proviamo! Ci potranno mai venire tutte insieme? Sclerosi multipla. (Emanuele)
Tumore al pancreas. (Rosa)
Acca. I. Vu. (Ferdinando)
Aneurisma cerebrale. (Emanuele)
Tumore al cervello. (Rosa)
Le neurodegenerative le dico io! (Emanuele)
Il tumore però è roba mia! (Rosa)
Vabbè, smezziamo, dai. Tumore tu, cervello io. (Emanuele)
Cinquanta e cinquanta. Ferdi, tocca a te. (Rosa)
Aids. (Ferdinando)
Alzheimer. (Emanuele)
Stomaco. (Rosa)
Eh? (Ferdinando)
Cancro allo stomaco. Sempre quello è. Faccio prima a dire i punti dove ti può venire. Davide, dai, fallo anche tu! (Rosa)
Uh che palle, … vabè. Infarto fulminante. Che muori di notte e non te ne accorgi. (Davide)
Però se non te ne accorgi non è male. È peggio se lo senti. (Ferdinando)
Un’amica mia infermiera dice che il male che ti fa quando ti viene un infarto è fortissimo, è uno dei peggiori. (Rosa)
Sentite. Me l’avete chiesto, io ve l’ho detto. Infarto di notte. Passiamo oltre. A chi tocca? (Davide)
Oh ma come cazzo state messi? (Fabiana)
Prego? (Emanuele)
È un’ora che ve se sente parlà de malattie e de disgrazie! Ma ve volete ripijà? (Fabiana)

martedì 20 dicembre 2011

BROMAZEPAM. Un posto dove andare (terza parte)

Quello che ti avrebbe detto chiunque, che il problema ce l’hai nella testa. (Davide)

Madonna quanto sei antipatico. (Rosa)

Realista, mia cara. Realista. (Davide)

Sì, vabbè, … (Rosa)

Secondo voi perché abbiamo tutti questi pensieri? (Ferdinando)

Non lo so. (Emanuele)

Dallo stereo del bar, Loredana Bertè, “Indocina”.

A volte ho paura di suicidarmi. (Davide)

Che vuol dire “Hai paura” di suicidarti? (Rosa)

Che ho paura di arrivare al punto di perdere il controllo, che mi prenda un raptus e … avete capito, dai. (Davide)

Madò che brutti i raptus! (Rosa)

Brutti, sì. (Ferdinando)

Anche io avevo una “paura” del genere, tempo fa, impazzire ed ammazzare qualcuno. (Emanuele)

Brutta anche questa. (Ferdinando)

Vero! (Rosa)

Brutta, davvero. Avevo paura di poter fare male alla mia ragazza, a mia madre, a mio padre, … (Emanuele)

Dallo stereo del bar, Alberto Fortis, “Svegliati amore con me”.

Sei fidanzato? (Ferdinando)

Non più, ci siamo lasciati due mesi fa. (Emanuele)

Ti ha lasciato lei! (Davide)

L’ho lasciata io, …

Ma quanto sei stronzo, oh! (Rosa)

A voi non fa impressione dire i nomi delle malattie? (Ferdinando)

A me sì, tanto. (Rosa)

Anche a me. (Emanuele)

Sì, anche a me. (Davide)

Perché non ne diciamo un po’? (Rosa)

Di che? (Davide)

Di malattie. A turno diciamo la malattia peggiore che ci viene in mente! (Rosa)

venerdì 18 novembre 2011

la RECE di CECIL: "I tre moschiettieri" di Paul W.S. Anderson

Prendete Dumas e mettetelo da parte, anzi buttatelo via, lanciatelo proprio. Fate il pieno invece di tutta la pop culture degli ultimi 20 anni di tutto ciò che la televisione commerciale, Mtv in testa, ha fatto entrare nelle nostre vite in quel lasso di tempo ed avrete un'idea precisa dell'ultima trasposizione cinematografica de “I tre moschettieri”.  Tralasciando la dichiarata ispirazione ad un'estetica steam – punk, che avrebbe potuto pure essere un'interessante rilettura di questo classico romanzo d'avventura, quello che rimane impresso non sono dunque le navi volanti (basate su studi di Leonardo? Ecco un altro che si sta rivoltando nella tomba), i trabocchetti mortali, le armi sperimentali e i “piani ben riusciti”, che fanno molto “A-Team”, ma l'agghiacciante trama dei collant di Luigi XIII e, alla fine di un duetto tra Sua Maestà e il Duca di Buckingham (conciato come  George Michael quando cantava “Wake Me Up before you Go-Go”) sulla moda londinese dell'inverno, ti aspetti di vedere comparire Enzo Miccio a spiegarti l'occasione d'uso dei pantaloni a palloncino. Aveva proprio ragione Woody Allen quando diceva: “La vita non imita l'arte, imita la cattiva televisione”. A questo punto mancava solo che uno dicesse “I't a Jersey thing” e saremmo stati a posto per sempre. (Cecil)

lunedì 31 ottobre 2011

Luci dall'imbarco.

Alla fine l'ho fatto. E quando ci penso più di un tot, al netto delle distrazioni che macellano i pensieri dentro la testa e in buona sostanza impediscono di focalizzarsi sui dettagli, mi chiedo se sono sano di mente oppure no. In ogni caso non mi interessa, non più di tanto.

Sotto casa mia c'era in vendita un piccolo camion. Un Renault blu, di quelli che usano per fare i traslochi. Lo vedevo tutti i giorni due volte al giorno, quando andavo e tornavo dal lavoro. Ci ho messo un po' a capire che quel camion mi interessava, ma alla fine ho preso coraggio ed ho chiamato il numero del proprietario. Alla fine l'ho comprato. Alla fine ci sono salito sopra, ho preso le cose che mi sembravano più utili, più care o più importanti, le ho caricate, e sono partito.

Partire mi ha sempre dato una sensazione di potere, di libertà assoluta, quella sensazione di poter disporre del proprio tempo nel modo più arbitrario, la percezione di poter imprimere alla propria esistenza le direzioni più inaspettate. Basta saltare un casello, prendere l'uscita prima, fermarsi ad un autogrill piuttosto che ad un altro e la storia, anche se di poco, non è comunque più la stessa.

Mia madre lo sapeva che prima o poi l'avrei fatto davvero, e adesso che finalmente è successo fa il tifo per me. Mi ha dato un Nokia da cinquantanove euro e novanta con una scheda tutta nuova e un numero che non conosce nessuno, mi ha detto di fare ciò che mi fa stare meglio e come unica richiesta mi ha fatto promettere di chiamarla, almeno una volta al giorno, da qualsiasi parte del mondo io riuscirò a passare. Anche con telefonata a carico del destinatario.

Perchè la destinazione, sempre che non cambi idea strada facendo, è il Perù. Non so perchè proprio il Perù, forse perchè mi sembra abbastanza lontano e impegnativo da raggiungere. E' il primo posto che mi è venuto in mente, una sera che bevevo un chinotto con qualcuno dei miei amici al Bar della Martesana, guardavamo passare le macchine in Via Melchiorre Gioia, tutti avevamo un motivo per lamentarci e nessuno ne aveva uno così valido per potersi lamentare davvero. Comunque l'avevo detto, prendo e parto per il Perù. Tutti a sfottermi, stasera l'ho fatto.

Non so come si arrivi in Perù in macchina, io intanto sono partito. Ho deciso che prendo una nave da Livorno, poi magari sbarco in Corsica, poi da lì che ne so. Intanto mi muovo, poi vedo, magari decido che preferisco andare da Ile Rousse a Bonifacio per poi fare un salto in Sardegna, tutto può essere.

Sono le undici di sera, sono passate da poco e da lontano vedo ancora le luci dell'imbarco del porto di Livorno. Nessuno ci crede ancora veramente che io me ne sia andato, per il semplice motivo che ancora nessuno ha cominciato ad organizzare il prossimo fine settimana e di conseguenza non è ancora partito il tradizionale giro di disdette e conferme. Sto scrivendo dal ponte della nave perchè è vero che è una sera di fine ottobre, però l'aria di mare adesso che è quasi notte è una bella sensazione, fascino mentale e fisico, e me la voglio gustare fino a che non comincerà ad essere troppo fredda. Per cui mi accontento di scrivere sotto la luce vaga di una lampadina troppo alta e troppo poco potente perchè io riesca a vedere veramente che cosa stia scrivendo.

Vorrei fare un elenco delle cose da buttare qua sotto, qui dentro in questo mare buio petrolio, vederle volare giù e perderle per sempre senza dovermi preoccupare di ritrovarle in futuro da qualche altra parte in qualche altro momento. Le delusioni, sono la prima cosa che scaraventerei giù dalla nave. Le delusioni che ho preso io e quelle che ho dato, i momenti in cui l'incompatibilità, ai suoi livelli più fantasiosi ed inaspettati, ha fatto sì che si perdesse la possibilità di soddisfare le aspettative altrui o di vedere soddisfatte le proprie.

Certi dolori, certe paure, certi discorsi di fragilità ed insicurezza, butterei giù pure tutto questo. Vedere pezzi del passato che finalmente si disintegrano del tutto e sapere che non torneranno più perchè finalmente cancellati, annientati, distrutti. Dimenticati.

Com'è liberatorio poter dire finalmente.

E poi, e poi non lo so che cos'altro ci butterei, in questo mare. Credo le promesse non mantenute, non mantenute da me e non mantenute dagli altri. Che poi se ci facciamo caso è un discorso che si ricollega alle delusioni. Ci butterei la noia, il tempo sprecato, le volte in cui non ho detto a mio padre una parola carina in più, che cos'altro ... chissà se la luna, a toccarla, brucia come il sole. Brillando di luce riflessa dovrebbe essere un po' meno bollente, no?

Forse ci butterei dentro anche qualche persona, ma no, alla fine le persone basta lasciarsele alle spalle. E' tutto ciò che condividiamo con le persone che può diventare un peso insostenibile, non le persone in sè. Tra noi e le altre persone si può mettere distanza, tra noi e la nostra mente martoriata dai ricordi, no.

Butterei giù dal ponte il mio telefono cellulare, per rinunciare finalmente alla speranza che cominci a squillare perchè la persona che doveva arrivare si è ricordata di me, di noi, di voi, di chiunque in questo momento stia aspettando qualcuno e questo qualcuno non arriva.

Non so che cosa mi aspetto da tutto questo. Dalla mia partenza, intendo. Forse ho bisogno di cercare qualcosa di nuovo, forse ho bisogno di stordirmi talmente tanto di stanchezza, di strada fatta e di strada da fare, di ubriacarmi di nuove storie per nuove persone e con nuovi legami, forse ho bisogno di stordirmi di tutto questo per arrivare ad un punto, ad una soluzione, ad un bilancio che fino ad oggi non ho mai trovato. Forse viaggiare mi fa vanamente pensare che la strada ad un certo punto possa essere solo in discesa.

Intanto sono partito, poi vediamo. Magari torno presto, magari non torno proprio. Le uniche responsabilità che ho sono verso me stesso. Ed è così rilassante vedere il cielo buio in mare aperto, la luna e qualche luce di questa nave che va, va da sola, stanno facendo tutto lei, il capitano e l'equipaggio, il mio furgone è parcheggiato giù verso la stiva e io, stasera, per tutta la notte fino a domani mattina, non ho davvero più niente a cui pensare. Il mio mondo è tutto a Milano, così colorato, così fragoroso, con tutto quel baccano, parole non dette o urlate con troppa velocità, c'è tutto quel baccano e io adesso sono così contento di essere in silenzio, non so quanto durerà, ma mi sembra un'indizio di pace, calma, quiete, serenità. Di equilibrio.

Nessuna domanda, nessuna risposta, nessun timore, nessun turbamento. Non ci sono nemmeno le stelle stasera, quindi non è nemmeno un cielo romantico, è solo un cielo buio, pulito, lineare.
Nessuna persona che vorrei abbracciare, accarezzare, con cui vorrei condividere tutta questa suggestione. Più nessuno. Viaggio da solo, sono fermo qui, a stare seduti sul ponte fa freddo ma mi stringo un po' nel giubbotto e va bene lo stesso. Domani, alle prime luci dell'alba, il capitano ha detto che ci facciamo il caffè col fornelletto della cucina di servizio. In cambio, però, vuole che gli racconti la mia storia.

giovedì 13 ottobre 2011

la RECE: "LA PELLE CHE ABITO" di Pedro Almodovar

L'ultimo Almodovar ha la capacità perturbante di entrare sotto pelle e di rimanere lì avvinghiato al tuo subconscio mentre ti chiedi se ciò che hai visto sia vero. La prospettiva che il regista spagnolo si confrontasse con un horror mi aveva lasciato perplessa, ma anche questa volta Pedro ce la fa mettendo in campo tutte le sue ossessioni analizzandole dal punto di vista più deformato e malato. Lontano anni luce dalle atmosfere sia dello splatter alle Hostel, anche se la sinossi con gli esperimenti malati di un chirurgo poteva far pensare a The Human Centipede, così come lontano dal sovrannaturale con fantasmi tanto in voga nel cinema spagnolo, Almodovar gira un film in cui ciò che agghiaccia sono le relazioni umane e la loro deriva. Partendo dalle sue tipiche ossessioni, lo scambio fra i sessi, gli amori folli, il Kitsch e le atmosfere anni '50, trasforma queste in qualcosa di oscuro e di devastante, in un amore che distrugge anche quello che più vorrebbe amare e si fissa su ciò che non può dare amore, come succede a tutti i personaggi maschili dei suoi film. Ma in questa pellicola anche le donne si rivelano fatali, non più capaci di quella “corrispondenza di amorosi sensi” che le rendeva salvifiche; bruciate da passioni troppo folli, sanno uccidere con leggerezza i loro stessi figli o uccidere se stesse. Nessuno si salva in questo bizzarro triangolo amoroso, in cui nessuno si fida dell'altro e tutti girano armati tra le quattro mura della prigione che si sono scelti. Perchè non c'è peggior carceriere di chi dice di amarti.(Cecil)

martedì 11 ottobre 2011

BROMAZEPAM. Un posto dove andare (seconda parte)

Ferdinando consulta un paio di volte il BlackBerry senza scopo reale, tanto per dare un senso al silenzio improvviso. L’uomo di fronte a lui non c’è più, ma prima di andarsene l’ha guardato un attimo più del normale ed impercettibilmente ha sorriso. Io ho paura delle malattie sessualmente trasmissibili.
Tumori. (Rosa)
Patologie cardiache. (Davide)
Neurodegenerative. (Emanuele)
Il momento peggiore è la mattina, quando mi alzo dal letto. Arrivo al bagno, mi sento proprio male, penso “mò svengo e sbatto contro al lavandino”, in quel momento una persona sana non può stare come sto io. (Rosa)
Ma perché, come stai al mattino? (Davide)
Sto gonfia, mi fa male la testa, sto debole, non mi reggo in piedi. Mi convinco che questo malessere deve voler dire per forza qualcosa. Di tragico, ovviamente.
Io una volta stavo a letto con una persona e mentre ci baciavamo facevo finta di accarezzarle il collo per sentire se aveva i linfonodi gonfi. (Ferdinando)
Molte sere, prima di andare a dormire mi prendo i battiti del cuore per sentire se sono regolari, dicono che di notte si muore più facilmente. (Davide)
Le parole. Sono le parole che mi fanno andare fuori di testa. Magari sono in autostrada che sto tornando da Viareggio, no?, penso a delle cose da dire, o sono al telefono, non mi vengono le parole! Mi dimentico i tempi verbali, uso quelli sbagliati, mi impappino, alla fine non dico più niente e guardo la strada, e son convinto che la malattia ormai sia arrivata, che non ci sia già più niente da fare. (Emanuele)
Li hai mai avuti gli attacchi di panico? (Ferdinando)
Per un anno, almeno due crisi al giorno. (Emanuele)
Io non riuscivo ad andare più in autostrada. Non ho preso la Torino – Venezia per un po’, stavo male sempre allo stesso punto. (Ferdinando)
Che ti sentivi? (Rosa)
Pensavo “adesso mi schianto, adesso mi butto contro il muro e mi schianto”, iniziavo a sudare, tremavo, dovevo fermarmi all’autogrill e scendere dalla macchina. (Ferdinando)
Bromazepam? Tavor? (Davide)
Il medico ci ha provato. Avevo 19 anni, mi sono rifiutato. (Ferdinando)
Per un po’ io ho preso il Lexotan, poi ho smesso e sono andato da uno specialista. Come hai fatto senza farmaci? (Emanuele)
Fiori di Bach. Volevo provarle tutte, prima dei farmaci e della psicoterapia. (Ferdinando)
Perché? (Emanuele)
… ho sempre avuto la convinzione che arrendersi ai medicinali e allo psicologo volesse dire arrendersi all’idea di essere malato veramente. (Ferdinando)
Che cazzata. (Davide)
Tu invece come hai risolto i tuoi problemi di cuore? (Ferdinando)
Mica li ho risolti, ancora. (Davide)
Appunto. (Ferdinando)
Anche mia madre dice sempre che chi va dallo psicologo è pazzo. Il mese scorso mi sono scoperta una cosa, una massa dura sul fianco. Sono pure stata dal medico. (Rosa)
Che ti ha detto? (Ferdinando)
Era una costola fluttuante. Poi mi ha detto: “Signorina, si deve rassegnare a vivere una vita lunga e sana.” (Rosa)
Minchia! (Davide)
Te l’ha tirata! (Emanuele)
Infatti due settimane dopo ho sentito un’ascella più gonfia dell’altra. Però me la sono tenuta così, se ci andavo di nuovo non lo so, quello, che mi diceva! (Rosa)

mercoledì 28 settembre 2011

BROMAZEPAM. Un posto dove andare (prima parte)

Emanuele controlla la macchina fuori, ha paura dei divieti di sosta. La ricerca dell’assoluto ha rotto le palle. E’ uno sforzo sovrumano che costringe le persone a posizioni estreme, ad astrazioni ed impegni concettuali che obbligano a fermarsi sul limite delle virtù, a perseguire l’innaturale obiettivo di azzerare i margini di errore, di assumere un punto di vista totale, ricerca di una verità impossibile per una creatura così intrinsecamente parziale come l’essere umano. Chiedere di non sbagliare e di capire tutto, a qualcuno che per sua natura sbaglia di continuo e comprende solo le porzioni di realtà a cui decide di credere. Assurdo.
Davide non usava il termine “intrinsecamente” almeno dal tema dell’esame di stato, ci ride su con una smorfia di leggero disprezzo. Non è l’essere umano che deve diventare assoluto, l’assoluto è il completamento di qualcuno che questa ricerca la fa per riempire un vuoto, arricchire la propria identità, rimediare ad un tormento. L’assoluto è altro dall’essere umano.
Emanuele gira tra le dita l’anello del portachiavi della macchina. Certi esseri umani cercano di essere assoluti, ma non ce la fanno e impazziscono. Un caffè, grazie.
Si vede che è il modo sbagliato di compiere la propria ricerca. Un caffè anche per me.
Rosa aspetta una cioccolata calda. La ricerca dell’assoluto detta così non vuole dire niente. Uno fa una scelta a monte. Decide se ‘sta cosa la vuole cercare dentro o fuori di sé. Se la cerca dentro, come dice Ema, come fanno magari gli artisti, o è abbastanza forte per tutti gli estremi del pensiero o esce fuori di testa.
Ferdinando spedisce due e-mail importanti dal BlackBerry e guarda con finta noncuranza un uomo seduto al tavolo di fronte. È alto, brizzolato, vestito bene. Sfoglia documenti con delle cifre. Chissà che lavoro fa. Beve un succo di frutta. La sapete quella canzone di Neffa? Non mi ricordo come si chiama … però dice “c’è una sola direzione per uscire da qui. Ed è arrendersi incondizionatamente all’amore e dire di sì.” Magari la soluzione è arrendersi ad arrivare fin dove riusciamo, gli esseri umani sono parziali, come dici tu. Se rinunciassimo all’eccellenza ci guadagneremmo. Magari poi è vero che basterebbe arrendersi solo all’amore, forse è l’unica forma di assoluto. Per me un succo alla pera, grazie.
Bella stronzata, pure l’amore. (Rosa)
Non sono d’accordo. Dipende dalla forma d’amore. Se pensi all’amore sentimentale ti do ragione. Ma se pensi all’amore per Dio, o all’amore che Dio dà alle persone secondo i credenti, quella è una forma di assoluto, è la forma di amore assoluto che dice Ferdi. Ti posso chiamare Ferdi? (Davide)
Chiamami Ferdi.
Io non ho trovato nessuna forma di assoluto in grado di aiutarmi. Uno dei caffè è per me, grazie. (Emanuele)
L’altro caffè qui. Se parli così è evidente che hai una necessità da affrontare. (Davide)
Ho lo stesso problema che avete voi. Per te non è un problema avere tutti i giorni paura di morire? (Emanuele)
Beh, ma quella è una causa o un effetto? Cioccolata a me, ti ringrazio tanto! (Rosa)
Ad un certo punto non lo so più. Mi massacro di pensieri, c’è la stanchezza, l’insoddisfazione, poi mi sento i sintomi e non capisco più niente. (Emanuele)
Ah, ma allora è ufficiale, stiamo tirando fuori IL DISCORSO? (Rosa)

venerdì 19 agosto 2011

martedì 26 luglio 2011

Ritorno a Le Bazze (quarta ed ultima parte)


Io lo so che ci ha provato sinceramente. A farsi andar bene il ritorno a casa, la nuova convivenza con mamma e papà, la non-possibilità di raccontare ai vecchi ritrovati amici la sua storia di ricerca ed esperimenti (vecchi amici ormai strutturati su un lavoro sicuro, un progetto di famiglia, qualcuno già con un bambino), e soprattutto la non-possibilità di essere compresa. So che ha provato con impegno ad essere garbata con questo quartiere e questa famiglia che l’hanno protetta e cresciuta. So che almeno per un momento ha considerato davvero, con serietà, senno, sforzo di maturità e giudizio, di tornare alle Bazze e di mettersi finalmente a fare una vita normale. Apprendista parrucchiera al salone della Betty. Segretaria alle assicurazioni di Piazza Bernardo, tutto in regola, messa a libri, e dove lo trovi un posto così al giorno d’oggi? Banconista al CRAI della statale, ma solo per l’estate, per tirar su qualche soldo. Cassiera al bar del Pino, che anche se non fai i caffè impari presto. E poi magari vi prendete una casetta qui vicino, te e il Mauro, il ragioniere della fabbrica lo conosco bene, se il Mauro non trova niente magari lo si sistema alle Ceramiche … oppure puoi sempre cercare qualcosa al LeBazze, che ci son tanti di quei negozi …

E’ l’ingenuità che a volte fa più male. L’ingenuità di genitori rimasti sempre un po’ scollati dalla vita di questa figlia strana e rimasti sempre un po’ attaccati ad un solo modello, il loro. Genitori che ci hanno provato, a capire questa figlia inquieta. E credo che ci proveranno di nuovo, quando lei gliene ridarà la possibilità.
Ci diciamo queste cose, io e la Ziska. Siamo in autogrill, tra poco inizierà ad albeggiare e mancano 50 km a Milano.

“Almeno chiamali i tuoi però.” le dico io.

giovedì 7 luglio 2011

Ritorno a Le Bazze (terza parte)


La Ziska ha sempre odiato tutto questo. Perché, come dicevamo prima, il tempo alle Bazze non passa mai. Certo, io credo che non passi mai per chi morde il freno già di suo, per chi ha l’impazienza di cercare, partire, andare, tornare, fare, disfare. La Ziska è così, legata ad un’inquietudine che a 19 anni l’ha catapultata a Milano. E’ che la Ziska l’inquietudine ce l’ha di carattere. Di fondo è sempre un po’ insoddisfatta, ha bisogno di cambiare ogni quel tanto per sentirsi viva e non appiattita, schiacciata, appesantita dagli schemi, dalla routine. Ziska ha paura della noia. E allora, la risposta è una girandola di eventi. Via dalle Bazze verso Milano. Università: lettere. Primo semestre non ingrana, troppo simile al liceo. Via, si cambia. Rinuncia ufficiale agli studi e oplà, a ottobre dell’anno dopo una nuova sfida, lingue. E poi il lavoro, per non essere troppo legata ai soldi dei suoi e diventare indipendente. Cameriera al bar, al ristorante, nei pub. PR per le discoteche, periodo fighetto. Commessa d’alta moda, accessori, lusso e gioielleria. Showroom della Mercedes Benz. Centralinista per azienda chimica. Maschera al cinema. Donna delle pulizie a insaputa dei suoi. E per finire di nuovo commessa, settore giocattoli e prima infanzia. L’università diventa una vita parallela fatta di battute d’arresto e rilanci. Ad oggi, finalmente, le mancano un esame e la tesi. Sentimentalmente Mauro, il suo opposto. Metodico, preciso, ragionato, creatura di Economia e Commercio. Dolce e simpatico. Quasi bruttino, ma in fondo un tipo. Insomma, tutto questo è la Ziska. 

Che ad un certo punto scopre il teatro e la recitazione. Finalmente un rimedio all’inquietudine. Il palcoscenico come terapia. Banale a dirsi, ma ha iniziato a funzionare. Ed ha iniziato a funzionare talmente bene che dal corso è entrata nella compagnia della scuola, prima qualche spettacolo, poi una piccola tournée, poi una media tournée, poi la grande proposta: lunga tournée di cinque mesi in tutta Italia e qualche punta in Europa, con addirittura un abbozzo di retribuzione, piccola ma esistente, reale. Per Francesca “Ziska” Bertotti delle Bazze di Ravenna, un sogno che si avvera. In più c’è da dire che la Ziska come attrice se la cava davvero: è sanguigna, viscerale, aggredisce il pubblico a colpi di impatti percettivi. Scarica l’inquietudine sulla platea. Questa cosa ci faceva impressione al corso, perché lo vedevamo tutti che c’era un carattere quasi animalesco che premeva per esondare, tracimare, esplodere. Ziska in scena restituiva meglio di tutti noi la carne, le vene, il sangue, le ossa, i garbugli emotivi, l’amore, il sesso, la passione … una specie di sublime disperazione del vivere. Ma la tournée alla fine non è partita e la richiesta di aspettativa al lavoro era già stata accettata. Ha tentato in tutti i modi di barcamenarsi con i soldi che le erano rimasti. Quando li ha finiti, non ha potuto che tornare alle Bazze, almeno per un po’.