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venerdì 18 novembre 2011

la RECE di CECIL: "I tre moschiettieri" di Paul W.S. Anderson

Prendete Dumas e mettetelo da parte, anzi buttatelo via, lanciatelo proprio. Fate il pieno invece di tutta la pop culture degli ultimi 20 anni di tutto ciò che la televisione commerciale, Mtv in testa, ha fatto entrare nelle nostre vite in quel lasso di tempo ed avrete un'idea precisa dell'ultima trasposizione cinematografica de “I tre moschettieri”.  Tralasciando la dichiarata ispirazione ad un'estetica steam – punk, che avrebbe potuto pure essere un'interessante rilettura di questo classico romanzo d'avventura, quello che rimane impresso non sono dunque le navi volanti (basate su studi di Leonardo? Ecco un altro che si sta rivoltando nella tomba), i trabocchetti mortali, le armi sperimentali e i “piani ben riusciti”, che fanno molto “A-Team”, ma l'agghiacciante trama dei collant di Luigi XIII e, alla fine di un duetto tra Sua Maestà e il Duca di Buckingham (conciato come  George Michael quando cantava “Wake Me Up before you Go-Go”) sulla moda londinese dell'inverno, ti aspetti di vedere comparire Enzo Miccio a spiegarti l'occasione d'uso dei pantaloni a palloncino. Aveva proprio ragione Woody Allen quando diceva: “La vita non imita l'arte, imita la cattiva televisione”. A questo punto mancava solo che uno dicesse “I't a Jersey thing” e saremmo stati a posto per sempre. (Cecil)

giovedì 13 ottobre 2011

la RECE: "LA PELLE CHE ABITO" di Pedro Almodovar

L'ultimo Almodovar ha la capacità perturbante di entrare sotto pelle e di rimanere lì avvinghiato al tuo subconscio mentre ti chiedi se ciò che hai visto sia vero. La prospettiva che il regista spagnolo si confrontasse con un horror mi aveva lasciato perplessa, ma anche questa volta Pedro ce la fa mettendo in campo tutte le sue ossessioni analizzandole dal punto di vista più deformato e malato. Lontano anni luce dalle atmosfere sia dello splatter alle Hostel, anche se la sinossi con gli esperimenti malati di un chirurgo poteva far pensare a The Human Centipede, così come lontano dal sovrannaturale con fantasmi tanto in voga nel cinema spagnolo, Almodovar gira un film in cui ciò che agghiaccia sono le relazioni umane e la loro deriva. Partendo dalle sue tipiche ossessioni, lo scambio fra i sessi, gli amori folli, il Kitsch e le atmosfere anni '50, trasforma queste in qualcosa di oscuro e di devastante, in un amore che distrugge anche quello che più vorrebbe amare e si fissa su ciò che non può dare amore, come succede a tutti i personaggi maschili dei suoi film. Ma in questa pellicola anche le donne si rivelano fatali, non più capaci di quella “corrispondenza di amorosi sensi” che le rendeva salvifiche; bruciate da passioni troppo folli, sanno uccidere con leggerezza i loro stessi figli o uccidere se stesse. Nessuno si salva in questo bizzarro triangolo amoroso, in cui nessuno si fida dell'altro e tutti girano armati tra le quattro mura della prigione che si sono scelti. Perchè non c'è peggior carceriere di chi dice di amarti.(Cecil)

venerdì 1 luglio 2011

RECENSIONI di SALA: "I guardiani del destino"

Scordatevi le lunghe vesti bianche che sfumano nella luce soffusa e le grosse ali piumate, gli angeli vestono completi dal taglio sartoriale e il Borsalino d'ordinanza (non puoi farne a meno, credo, se sei appena uscito da set di Mad Men). Questi 007 che hanno in mano il destino degli umani, stanno rimettendo nella giusta traiettoria la carriera di un brillante e giovane politico, la cui irruenza l'ha messo spesso nei guai. Stavolta, per aver mostrato le chiappe alla cena di una confraternita, perde le elezioni; nello stesso momento, però, incontra la donna della sua vita. Il classico colpo di fulmine, che forse solo il cinema sa regalare: la frase giusta al momento giusto, il vestito giusto, la scena giusta. Ma questo “matrimonio” non s'ha da fare, non è nel piano, e allora che fare, come fare a stare lontani se ogni passo li porta sempre uno verso l'altro? È la classica storia romantica, quella che alla fine ti porta a crederci ai “ti amerò per sempre”, ai “non ci lasceremo mai” e “starò con te per sempre”, raccontata però come un film d'azione. A frapporsi fra i due sfortunati amanti infatti, un esercito in doppio petto che può controllare lo spazio e il tempo, e che solo la tenacia, la pietà e l'amore possono sconfiggere. Matt Damon è abituato a correre dai tempi di Jason Bourne, Emily Blunt fa la ballerina, che a quanto sembra ad Hollywood va molto di moda, New York è un palcoscenico magnifico, che sembra incombere sui protagonisti, incapaci di sottrarsi ad un destino già scritto da altri. Ma il film è un meccanismo perfetto, difficile da raggiungere quando si gioca con la fantascienza, ogni pezzo deve combaciare, sennò addio teorie, addio universi paralleli, le regole devono valere sempre, in ogni scena, in ogni inquadratura. E qui ogni cosa regge alla grande. (Cecil)

venerdì 24 giugno 2011

RECENSIONI di SALA: "X-MEN - L'inizio"


Ci metti un po' a capire cosa c'è che non va. È una sottile inquietudine che ti penetra sotto la pelle. Non sai cosa sia, non sai cosa la possa aver scatenata. Stai lì seduto e guardi. Guardi le scene, i costumi, le facce, nulla ti entusiasma, nulla sembra familiare. E poi d'improvviso, lo capisci cosa c'è che non va, perché sullo schermo appare lui. I capelli con la sfumatura alta, le lunghe basette, il sigaro, lo zippo e il bicchiere di whisky in cui annegare i ricordi della sua lunga vita. Pronuncia solo un sonoro “vaffanculo”, ma il tuo cuore inizia a battere a mille. Lo riconosci, eccolo lì, ecco cos'è che mancava: l'aria strafottente, il cinismo, e i lunghi artigli di adamantio. Ebbene sì, ecco di cosa ci si rende conto. È vero che ho amato gli X-Men grazie ad un cartone che trasmettevano su Italia 1 alle 7.00 prima di andare a scuola, ma ciò che mi ha portato al cinema, a vedere i tre precedenti capitoli della saga e lo spin – off tutto incentrato su di lui, era proprio la figura dell'insegnante d'arte della scuola di Charles Xavier. Il resto non contava, perdeva importanza di fronte a Hugh Jackman che si muoveva sullo schermo nei panni mai così azzeccati di Wolverine. E la sua mancanza si sente, il suo sex appeal grezzo e animale, non viene compensato né da un Michael Fassbender dagli occhi e dal cuore d'acciaio, né da un James McAvoy che purtroppo perde la partita di fianco all'amico/rivale rivelando una nanezza non certo di charme (impietoso il confronto tra i due con addosso la tutina grigia).
Insomma X-Men l'inizio perde il suo personaggio più caratterizzante, senza trovarne un altro con lo stesso carisma, che possa risollevare una storia interessante (con un sottotesto politico affascinante da analizzare, ad esempio il fatto che chi predica lo sterminio dei non mutanti sia un sopravvissuto all'olocausto, la storia è ciclica, etc), ma lasciata a se stessa dal punto di vista registico. (Cecil)

martedì 14 giugno 2011

RECENSIONI di SALA: "Una notte da leoni 2"

Sboccato, volgare e sommamente divertente. Queste le parole per definire il secondo capitolo di Una notte da leoni, che riprende la trama del precedente ambientandolo a Bangkok, capitale della Thailandia. Questa volta a sposarsi è il dentista Stu (quello brutto con gli occhiali per intenderci) e a perdersi è il fratellino dello sposa (per altro minorenne). Il film, che pigia l'acceleratore sulla volgarità più spinta, con piselli in primo piano e scimmie che amano morderli, regala i suoi momenti migliori grazie a Zach Galifianakis, che con il suo personaggio grasso, rozzo, barbuto e sotto psicofarmaci, è ormai un'icona della commedia americana vietata ai minori. La sua presenza serve a scatenare le forze entropiche nascoste nelle vite rispettabili di Stu, morigerato dentista, e Phil, il cui aspetto da playboy da spiaggia nasconde in realtà un maestro elementare sposato e con figli piccoli. E così durante le ennesime 48 ore alla ricerca di una persona smarrita troviamo i nostri eroi (“il branco”, come li definisce Alan) che capeggiano una rivolta contro la polizia che finisce per incendiare parte di un quartiere, rapire un anziano monaco buddista dal suo monastero e flirtare, tramite gli ambigui rapporti di mister Chao, il cinese nano e nudo, con i rappresentanti delle varie mafie mondial, dai russi ai medio-orinetali fino a quella americana. Il tutto condito da alcool, droga e sesso, con un momento di autocoscienza di Stu sui suoi rapporti con le prostitute che ricordano da vicino alcune vicende del nostro paese (senza intenzione, comunque, che il film non arriva certo alla sociologia). Probabilmente questo secondo capitolo non vi farà spargere lacrime (da risate) come è successo a me durante la visione del primo film, poiché si è molto smorzato l'effetto sorpresa, ma vale una visione per chi ama farsi quattro grasse risate ignoranti. (Cecil)

domenica 15 maggio 2011

RECENSIONI di SALA: "Come l'acqua per gli elefanti"

“Un elefante indiano con tutto il baldacchino/ l’avevo nel giardino e l’avrei dato a te/ ma i patti erano chiari un elefante a te/ e tu dovevi dare un gatto nero a me…”. Ebbene si, le reminescenze infantili dello Zecchino d’Oro si sono accese alla vista di “Come l’acqua per gli elefanti” soprattutto perché anch’io avrei scambiato un gatto nero per un elefante da tenere in giardino (quando sei piccolo le domande riguardo a quanto costa mantenere un animale di grandi dimensioni neanche ti sfiorano). Senza contare che l’elefantessa risulta l’elemento più interessante di un film che vorrebbe essere uno straziante melò ma sbaglia completamente il tono della rappresentazione, che risulta senza emozione e poco credibile. Inoltre l’ambientazione circense avrebbe potuto indurre il regista alla ricerca di un tono più barocco, sottolineando i lustrini, le paillets e il cerone che nascondono la miseria e la putrescenza (in fondo il film è ambientato negli anni più duri della Grande Depressione Americana). La presenza di Robert Pattinson, poi, dimostra quale fosse l’idea sottesa ad una produzione del genere: prendiamo un best-seller di grido e ci mettiamo l’idolo delle ragazzine per fare soldi, previsione che purtroppo non si è avverata. Pattinson non ha lo spessore né il fascino per reggere un personaggio da “bello e tormentato” (ennesima variazione del “bello e dannato” dei giovani attori dopo James Dean) e si trova a confrontarsi con due partners attoriali con molti più anni e molta più esperienza di lui (i dieci anni di differenza fra lui e la Whiterspoon sono molto evidenti). Insomma alla fine, io sono pronta, ho un gatto nero, chi si fa avanti con l’elefante? (Cecil)

martedì 3 maggio 2011

RECENSIONI di SALA: "Cappuccetto rosso sangue"

La più freudiana della fiabe, con il lupo che mangia la bambina innocente. Metafora scabrosa usata per i bambini, invertita qui nel senso, dove il lupo lo si teme, ma al contempo lo si desidera. Il fascino del proibito, gestito dalla signora Hardwick di “Twilight”, che di coppie strane in biblico fra passione e paura, se ne intende parecchio. Primo tentativo di una Hollywood che si butta sulla fiaba per sfruttarne i lati più dark (in arrivo, oltre ad una Bella e la Bestia stile college-movie, anche Biancaneve e Hansel e Gretel in versione cacciatori di streghe), è un interessante esperimento che coniuga le crinoline con un assaggio di cinema horror. Tutti i passaggi più famosi della storia, dallo scenografico cappuccio rosso, che risalta sulla neve candida, alla nonna che abita da sola nel bosco, agli occhi, le orecchie e la bocca grande, sono sfruttati a dovere, in un contesto narrativo che usa che la celebre fiaba di Perrault come pretesto. Una Cappuccetto forse fin troppo intraprendete e caparbia si barcamena tra omicidi efferati, una famiglia allo sfascio, un matrimonio combinato e il richiamo del pericoloso vero amore. Se a tutto questo aggiungi l'arrivo nel piccolo e soffocante borgo disperso nei boschi di un celebre cacciatore di licantropi, che usa metodi da Inquisizione, si capisce che il celebre avviso di non fermarsi nel bosco a parlare con gli sconosciuti risulta più che mai inutile. Anzi, forse sono proprio gli sconosciuti che non devono fermarsi a parlare con lei.  (Cecil)

giovedì 7 aprile 2011

RECENSIONI di SALA: "Boris - il film"

Prima del pezzo, un'introduzione. 
Il testo che state per leggere è di un'amica che si intende di cinema.
Partecipa all'atmosfera del Momento Storico Poco Favorevole con le sue impressioni e le sue indicazioni.

Benvenuta Cecil.

Boris sta sempre di fianco a René, stavolta in procinto di fare il grande passo nel cinema d'autore, nella speranza di uscire vivo dall'avventura e dalla televisione. Boris - il film è il ritratto non certo consolatorio di un sistema radio-televisivo che è  specchio di un paese cialtrone e cafone. Come fare a liberarsi del pressapochismo della fiction tivù, se alla fine è l'unico mondo che ti riconosce un qualche tipo di autorità e di rispetto? René lavora in un paese che è ancora convinto di poter dire la propria nel mondo cinematografico, solo perché il Neorealismo sconvolse il mondo più di sessant'anni fa, e perché un italiano riuscì a far morire il western “americano” e quindi è fuori tempo massimo, in un mondo di raccomandati, di gente che campa sui propri mediocri successi passati, sullo sfruttamento delle giovani leve, condannate a uno sconsolante schiavismo. Anche il mondo del cinema d'autore si rivela pieno di insidie, con gli sceneggiatori “laureati” che scrivono il soggetto in un anno, le attrici insicure, le maestranze che si credono maestri e aspettano la luce buona per girare cinque minuti di scena. Dove può rifugiarsi René, dove può trovare la pace e il rispetto di se stesso, se i soldi, le carriere e in un caso il cuore (nel senso letterale) dei suoi collaboratori sono nelle sue mani? Purtroppo per noi il film non è una parodia ben riuscita del mondo cinematografico e di quello televisivo, è una sconsolante realtà. (Cecil)